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L’indice PX della Borsa di Praga ha raggiunto i 2.805 punti il 4 febbraio, il livello più alto mai registrato. Al 13 marzo era sceso a 2.512, in calo dell’1,29% nella seduta e di circa il 10% rispetto al picco, secondo i dati di Trading Economics. Nell’ultimo mese l’indice ha perso il 5,21%, ma su base annua registra ancora un +21%, dato che dice più sulla forza del 2025 che sulle dinamiche di marzo. La struttura che ha reso Praga uno dei mercati europei più performanti nel 2025 è ora messa alla prova da uno shock che non era affatto equipaggiata per gestire.
Cosa è cambiato e quando
Praga ha vissuto un autentico rally rialzista nella seconda metà del 2025 e fino all’inizio del 2026. L’indice PX total return, che include i dividendi, ha registrato un +35,4% per l’intero 2025, secondo i calcoli di Hospodářské noviny, posizionandosi tra gli indici europei più performanti dell’anno. Le banche hanno beneficiato della decisione della Czech National Bank di mantenere i tassi più elevati più a lungo rispetto alle controparti occidentali. ČEZ ha tratto vantaggio dai prezzi elevati dell’elettricità in Europa. I rendimenti da dividendo dell’indice a dodici titoli sono rimasti tra i più attraenti del continente, attirando l’attenzione del capitale istituzionale estero.
Il picco locale è stato toccato il 4 febbraio a 2.805 punti. Poi è arrivato il 28 febbraio, con gli attacchi americano-israeliani all’Iran. Il report del desk trading di Komerční banka del 6 marzo ha documentato l’andamento della prima settimana di conflitto: un lunedì relativamente tranquillo, un sell-off del 2,41% martedì 3 marzo, recuperi parziali a metà settimana e un ulteriore calo dell’1,15% venerdì. Il saldo settimanale è stato di -2,24%, a 2.592 punti. La settimana successiva ha proseguito al ribasso: la seduta del 13 marzo ha chiuso a 2.512 con un -1,29%. Dal massimo di febbraio a metà marzo il drawdown è stato di circa il 10%.
Perché Praga ha ceduto quando avrebbe dovuto reggere
L’argomentazione strutturale a favore di Praga in un contesto di petrolio a 100 dollari sembrava lineare sulla carta. ČEZ genera elettricità principalmente dal nucleare, non dal petrolio. I margini del settore bancario beneficiano di tassi elevati e persistenti, scenario che uno shock inflazionistico dal lato dell’offerta rende ancora più probabile. Nessuno di questi fattori è venuto meno. Allora perché l’indice ha perso il 10% dal picco?
La risposta ha due componenti. La prima è che Praga, nonostante i suoi vantaggi strutturali, resta un mercato piccolo e relativamente illiquido. Quando scatta il risk-off globale, i gestori internazionali riducono l’esposizione all’Europa centrale nell’ambito di un più ampio ridimensionamento verso mercati emergenti e mercati di piccole dimensioni, a prescindere dai fondamentali domestici. Il movimento della corona ceca oltre la soglia di 24,40 CZK/EUR nella seconda settimana di marzo — segnalato dal desk di ČSOB il 13 marzo — aggrava il problema per gli investitori esteri che misurano i rendimenti in euro. Un deprezzamento della corona del 5% rappresenta un vento contrario altrettanto pesante che si somma al calo dell’indice per un investitore in euro.
La seconda componente è la Germania. Le esportazioni ceche dipendono dalla domanda tedesca per circa il 33% del totale, secondo i dati macroeconomici della Repubblica Ceca. La ripresa delle fabbriche tedesche stava appena iniziando a concretizzarsi quando è arrivato lo shock petrolifero. La produzione industriale tedesca affronta ora un secondo vento contrario in sei mesi, e il legame di Praga con il manifatturiero e l’export implica che questo canale si trasmette alle aspettative sugli utili cechi, anche se non compare mai nel conto economico di ČEZ.
ČEZ: produzione record, incertezza politica
ČEZ ha presentato i risultati dell’intero 2025 a inizio marzo, con una produzione nucleare ai massimi storici. La società ha confermato il raggiungimento degli obiettivi annuali, e J&T Banka ha evidenziato nel suo report della conference call del 13 marzo che ČEZ mostra ora una minore sensibilità ai movimenti del prezzo dei permessi di emissione, riducendo così uno dei precedenti fattori di volatilità. Il titolo non è però privo di rischi: le discussioni su una possibile rinazionalizzazione circolano nel dibattito politico ceco da diversi anni. La posizione dell’attuale governo in materia di politica energetica resta un punto di attenzione per gli investitori istituzionali che ricordano il precedente periodo di incertezza regolatoria.
L’impatto dello shock petrolifero su ČEZ è genuinamente ambiguo. Il Brent che ha superato i 100 dollari per la prima volta dall’agosto 2022 spinge al rialzo i prezzi all’ingrosso dell’elettricità europea attraverso il meccanismo del merit order, avvantaggiando la produzione nucleare di base. Allo stesso tempo, però, fa lievitare i costi energetici delle famiglie ceche, comprime i redditi reali e rallenta i consumi interni che sostengono gli utili del settore servizi nell’indice. Il vento a favore diretto per ČEZ è reale, ma altrettanto reale è il freno macroeconomico indiretto. Il mercato sembra stare prezzando entrambi i fattori simultaneamente.
La CNB il 19 marzo: il punto di svolta
Il consiglio della Czech National Bank si riunisce mercoledì 19 marzo, e si tratta del catalizzatore più importante nel breve termine per il PX. Il tasso repo a due settimane della CNB è attualmente al 3,50%, fissato nella riunione di maggio 2025 e confermato nella seduta del 5 febbraio, secondo i dati ufficiali della CNB. Le proiezioni di febbraio, pubblicate lo stesso giorno, stimavano un’inflazione ceca al di sotto del target del 2% e una crescita del PIL intorno al 3%, con tassi previsti sostanzialmente stabili nella prima metà dell’anno. Quelle previsioni non incorporavano alcun premio per il rischio Hormuz: erano basate su dati disponibili al 23 gennaio.
La domanda chiave di mercoledì è se il consiglio modificherà la propria comunicazione per riflettere lo shock petrolifero. Il team economico di Komerční banka, nelle previsioni macro del 29 gennaio, aveva osservato che l’inflazione core sarebbe rimasta “sensibilmente più elevata” intorno al 2,3% a causa dei servizi e della stance fiscale più espansiva del governo, concludendo che tagli dei tassi non potevano essere esclusi ma non rappresentavano lo scenario di base. Questa era la lettura pre-conflitto. Se mercoledì il consiglio segnalerà di monitorare i rischi di inflazione energetica senza vedere ragioni immediate per un allentamento, i titoli bancari nel PX beneficeranno della stessa dinamica di tassi elevati che ha sostenuto i margini nel 2024 e 2025. Se invece comunicherà preoccupazione per l’impatto dello shock sulla crescita, aprendo la porta a tagli, la composizione dell’indice — fortemente orientata al settore bancario — si troverà davanti a uno scenario ben diverso.
Il quadro a 52 settimane e le sue implicazioni
Il PX registra ancora un +21,37% su base annua secondo Trading Economics. Il minimo delle ultime 52 settimane è stato 1.902 punti, il massimo 2.805. A quota 2.512, l’indice si colloca grossomodo a metà strada tra questi due estremi. Non siamo di fronte a un mercato in disfacimento: si tratta di un indice che ha corso molto fino a febbraio, spinto da un genuino miglioramento dei fondamentali e da flussi in entrata internazionali in cerca di rendimento, e che da allora ha restituito la porzione più speculativa di quel movimento.
Mettiamo le cose in prospettiva. L’S&P 500 è circa il 3% sotto il suo massimo di gennaio 2026, mentre il PX è circa il 10% sotto il picco di febbraio. Praga ha sottoperformato Wall Street dopo lo shock petrolifero, non il contrario. Le vulnerabilità energetiche europee erano già in fase di repricing prima della chiusura dello Stretto, e Praga non è immune alle dinamiche regionali anche se il suo mix di generazione nucleare offre un parziale scudo. Se la riunione della CNB di mercoledì e l’evoluzione della crisi di Hormuz stabilizzeranno questa divergenza o la amplieranno: è questa la domanda che definirà la performance del mercato di Praga fino alla fine del primo trimestre.